Quando penso al Veneto, penso a una terra che parla attraverso il vino. Ogni volta che passeggio tra le sue colline — dai filari ordinati del Conegliano-Valdobbiadene alle vallate calde della Valpolicella — mi sembra di ascoltare una storia diversa, raccontata da suoli, venti e mani esperte. Da enologo, il Veneto è per me un laboratorio naturale dove tradizione e tecnica si intrecciano in modo quasi perfetto.
La ricchezza dei territori: un mosaico enologico unico
Il Veneto non è una sola voce, ma un coro armonico di terroir.
Qui convivono:
suoli morenici che donano freschezza e aromaticità ai bianchi del Garda, basalti vulcanici che caratterizzano la mineralità dei Soave, marne e calcari che esaltano l’eleganza dei rossi della Valpolicella, colli ventilati che permettono ai grappoli destinati al Prosecco di mantenere una fragranza inconfondibile.
È questa varietà geologica e climatica che rende il Veneto una delle regioni più versatili d’Italia dal punto di vista vitivinicolo.
Il Prosecco: freschezza che nasce dall’attenzione
Come enologo, quando parlo di Glera, il vitigno del Prosecco, penso sempre alla sua straordinaria capacità di esprimere fragranza. Nei vigneti del Conegliano-Valdobbiadene, la gestione della chioma e il controllo della maturazione sono cruciali: basta un attimo per perdere quella nota croccante di mela verde o il carattere agrumato che tanto apprezziamo.
La spumantizzazione in autoclave — spesso vista come un processo “semplice” — in realtà richiede precisione chirurgica:
temperature, pressioni, tempi, tutto concorre a ottenere quel perlage fine e quella bevibilità che hanno reso il Prosecco un fenomeno mondiale.
Soave: la mineralità che sorprende
Il Soave, soprattutto nella sua versione Classico, è un vino che amo raccontare. La Garganega dà il meglio di sé su terreni di origine vulcanica: qui sviluppa note di fiori bianchi, mandorla e una sapidità tagliente che si assottiglia con il tempo, rivelando una grande eleganza evolutiva.
Quando assaggio un Soave ben lavorato, sento sempre la mano dell’enologo che ha saputo rispettare il frutto senza sovrastarlo con eccessi di tecnologia o legno.
Valpolicella e Amarone: la profondità del tempo
La Valpolicella è un mondo a sé. I suoi vitigni — Corvina, Corvinone, Rondinella — possiedono una struttura elegante, ma è l’antica tecnica dell’appassimento a renderli davvero unici.
Come enologo, l’appassimento è una delle fasi più delicate che possa affrontare:
temperatura, ventilazione, integrità delle bucce… ogni dettaglio determina la qualità finale.
Il Valpolicella Classico è fragrante e versatile. Il Ripasso aggiunge complessità grazie al contatto con le vinacce dell’Amarone. L’Amarone, infine, è un vino che non ha fretta: ricco, profondo, capace di evolvere per decenni.
È il perfetto esempio di come la pazienza sia un ingrediente fondamentale della viticoltura veneta.
Il Veneto oggi: tradizione che guarda al futuro
Negli ultimi anni ho visto il Veneto sperimentare con coraggio:
fermentazioni spontanee, uso moderato del legno, agricoltura sostenibile, perfino progetti di zonazione sempre più precisi.
Eppure, nonostante l’innovazione, la direzione rimane chiara: esaltare l’identità dei vitigni e dei territori. Ed è proprio questa identità che rende il vino veneto inconfondibile nel panorama internazionale.
Conclusione: un invito alla scoperta
Se c’è una cosa che la mia esperienza di enologo mi ha insegnato è che nel Veneto il vino non si beve soltanto: si vive.
Ogni calice è una tappa di un viaggio che passa per colline morbide, cantine storiche, gesti antichi e idee nuove.
Che tu prediliga la freschezza di un Prosecco, la finezza di un Soave o la profondità di un Amarone, il Veneto avrà sempre qualcosa da raccontarti.
