Il vino della memoria

Dal silenzio dei campi di sterminio ai calici della tradizione: quando il Giorno della Memoria incontra il vino

Il 27 gennaio non è una data come le altre. È un giorno che non ammette leggerezze, che chiede silenzio prima ancora che parole, che obbliga alla memoria come atto civile e morale. Il Giorno della Memoria, istituito per ricordare la Shoah e tutte le vittime del nazifascismo, è una ricorrenza che sembra muoversi in una dimensione distante da quella del vino, simbolo per eccellenza di convivialità, festa, celebrazione della vita. Eppure, proprio nel contrasto tra questi due mondi apparentemente inconciliabili, si apre uno spazio di riflessione profondo, necessario, forse oggi più che mai.

Perché il vino non è solo piacere. È storia, cultura, identità, lavoro. È memoria liquida di territori e di persone. Ed è anche, se lo si osserva senza indulgenza retorica, testimone silenzioso delle tragedie del Novecento.

Il vino come documento storico

Ogni bottiglia racconta una storia che va ben oltre l’annata impressa sull’etichetta. Racconta chi ha coltivato quella terra, chi l’ha abitata, chi l’ha persa. In Europa, e in particolare nelle regioni a forte vocazione vitivinicola, la Seconda guerra mondiale ha lasciato cicatrici profonde: vigneti distrutti, cantine confiscate, famiglie sterminate o costrette all’esilio.

Nell’Europa centrale e orientale, così come in Francia, Germania, Italia e Austria, molte aziende vinicole appartenevano a famiglie ebree da generazioni. Non si trattava di grandi marchi, ma di realtà agricole radicate nei territori, spesso portatrici di innovazione e di apertura culturale. Con l’avvento delle leggi razziali e delle persecuzioni, quei vigneti cambiarono padrone. Le botti restarono, le persone no.

Il vino, in questo senso, diventa una traccia materiale di ciò che è stato cancellato. Un bene sopravvissuto ai suoi produttori.

Vigneti confiscati, identità rubate

In Alsazia, in Borgogna, nella Mosella tedesca, così come in Piemonte e in Veneto, numerosi poderi vitivinicoli furono confiscati a famiglie ebree durante il regime nazista e fascista. In molti casi, dopo la guerra, non furono mai restituiti. I nomi sulle insegne cambiarono, ma le vigne continuarono a produrre.

La storia del vino europeo del Novecento è anche una storia di spoliazioni silenziose. A differenza di opere d’arte o beni immobili urbani, la terra agricola confiscata ha spesso seguito un destino meno visibile, meno documentato, più difficile da ricostruire. Eppure, senza quella sottrazione violenta di competenze, saperi, capitali umani, il panorama vitivinicolo europeo sarebbe oggi profondamente diverso.

Ricordare questo aspetto nel Giorno della Memoria significa riconoscere che la Shoah non è stata solo sterminio fisico, ma anche cancellazione culturale ed economica.

Il vino nei ghetti e nei campi

Parlare di vino accostandolo ai campi di sterminio può sembrare inappropriato, ma la storia impone anche questo sguardo. Nei ghetti e nei campi, il vino era assente o ridotto a rarissime eccezioni. E proprio per questo assumeva un valore simbolico enorme.

Nei ghetti ebraici dell’Europa orientale, prima delle deportazioni, il vino era parte integrante delle festività religiose, dello Shabbat, del Kiddush. Con l’avanzare delle persecuzioni, mantenerne anche solo una minima presenza diventava un atto di resistenza culturale. Un modo per affermare la propria identità contro un sistema che voleva annientarla.

Nei campi di concentramento, il vino compariva talvolta come privilegio riservato agli aguzzini. Un paradosso crudele: mentre i deportati morivano di fame, il vino scorreva nei bicchieri dei carnefici, prodotto spesso con il lavoro forzato degli stessi prigionieri.

Questo contrasto rende il vino un simbolo ambiguo, che nel Giorno della Memoria va maneggiato con rispetto e consapevolezza.

Dopo la Shoah: ricostruire, anche attraverso il vino

Il dopoguerra non fu solo tempo di macerie, ma anche di ricostruzione morale. Per molte famiglie sopravvissute alla Shoah, tornare alla terra e al vino fu un modo per riprendere possesso della vita. In Israele, la nascita dello Stato e il rilancio dell’agricoltura videro il vino come elemento centrale di un progetto identitario e culturale.

Molti vignaioli europei ebrei emigrarono in Palestina prima e in Israele poi, portando con sé conoscenze enologiche maturate in Francia, Italia e Germania. La moderna viticoltura israeliana nasce anche da questo trasferimento di memoria e competenza. Ancora una volta, il vino come ponte tra passato e futuro.

Il vino come atto di memoria oggi

Nel Giorno della Memoria, parlare di vino non significa celebrarlo, ma interrogarlo. Chiedersi da dove viene, chi lo ha prodotto, quale storia porta con sé. Significa riconoscere che ogni atto culturale, anche il più quotidiano come bere un bicchiere di vino, è inserito in una trama storica complessa.

Negli ultimi anni, alcuni produttori e associazioni hanno iniziato a riflettere su questo legame, dedicando etichette commemorative, recuperando archivi, raccontando storie dimenticate. Non si tratta di marketing, ma di responsabilità culturale.

Il vino, come ogni prodotto della terra, non è neutro. È figlio del suo tempo.

Educare alla memoria attraverso la cultura del vino

In un’epoca in cui la memoria della Shoah rischia di scolorire, soprattutto tra le nuove generazioni, ogni linguaggio capace di veicolarla in modo autentico è prezioso. Il vino, se raccontato con rigore e sensibilità, può diventare uno strumento educativo inaspettato.

Parlare di vigneti confiscati, di famiglie sterminate, di territori segnati dalla guerra durante una degustazione o in un contesto culturale non significa banalizzare la tragedia, ma radicarla nella realtà. Rendere la memoria concreta, tangibile.

Il Giorno della Memoria non chiede rituali vuoti, ma consapevolezza. E la consapevolezza passa anche attraverso ciò che consumiamo.

Un brindisi che non è un brindisi

Il 27 gennaio non si brinda. Ma si può versare un calice con rispetto, sapendo che quel gesto porta con sé una storia più grande. Il vino, simbolo di vita, diventa allora strumento di riflessione sulla morte, sull’assenza, sulla responsabilità di ricordare.

Nel silenzio che questo giorno impone, anche il vino può tacere. E proprio in quel silenzio, forse, può parlare più forte.

Perché la memoria non è solo ciò che ricordiamo, ma ciò che scegliamo di non dimenticare, anche quando la vita continua, anche quando il vino torna a scorrere.

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