Note, bicchieri e società nell’Europa del Settecento
Salisburgo, Vienna, Praga, Milano, Parigi.
Città di musica, ma anche di taverne, cantine, locande e sale da banchetto. Nell’Europa del Settecento il vino non è un accessorio: è alimento quotidiano, simbolo sociale, strumento economico, marcatore culturale. E nella vita di Wolfgang Amadeus Mozart, nato nel 1756, il vino scorre come una presenza costante, silenziosa, ma rivelatrice.
A distanza di oltre due secoli, parlare di Mozart e del vino non significa indulgere nel folklore, bensì entrare nel cuore della vita materiale e mentale del suo tempo. Perché Mozart non visse in un mondo astratto di spartiti e salotti ideali: visse in un’Europa che beveva, brindava, commerciava vino, ne parlava e lo giudicava. E lo faceva con la stessa serietà con cui discuteva di politica, musica o guerra.
Il vino nel Settecento: necessità prima che piacere
Per comprendere il rapporto tra Mozart e il vino, bisogna partire da un dato spesso dimenticato: nel XVIII secolo bere vino era più sicuro che bere acqua. Le acque urbane erano frequentemente contaminate; il vino, anche diluito, rappresentava una garanzia sanitaria. Non era un lusso, ma una forma di sopravvivenza quotidiana.
Il vino:
era parte della razione giornaliera, veniva consumato da adulti e bambini, accompagnava i pasti di ogni classe sociale, costituiva una merce fondamentale nel commercio europeo.
In questo contesto, Mozart cresce in una famiglia borghese istruita, non ricca ma nemmeno indigente. Il vino è presente nella sua vita come normalità, non come eccesso.
Salisburgo: vino, birra e disciplina cattolica
La Salisburgo del Settecento è una città di confine, governata da un principe-arcivescovo. È un centro musicale raffinato, ma anche profondamente disciplinato. Qui il consumo di alcol è regolato, osservato, moralmente sorvegliato.
Si beve:
vino austriaco, vino bavarese, birra (molto diffusa), liquori medicinali.
La famiglia Mozart non è dedita alla dissolutezza. Leopold Mozart, padre di Wolfgang, è un uomo di rigore morale. Ma questo non significa astinenza. Nelle lettere emerge un rapporto sobrio, funzionale, mai ascetico con il vino.
Bere sì, ma con misura.
Un principio che Wolfgang interiorizza, pur con occasionali trasgressioni.
Le lettere: il vino come dettaglio rivelatore
Le lettere di Mozart – oltre 1400 – sono una fonte storica straordinaria. In esse il vino compare spesso come elemento di contorno, ma proprio per questo rivelatore.
Mozart scrive di:
cene abbondanti, pranzi offerti da mecenati, locande di viaggio, vini buoni e vini pessimi, spese per bere “onestamente”.
Il vino diventa indicatore di:
status sociale, qualità dell’ospitalità, generosità del padrone di casa, successo o fallimento di una serata.
Non c’è celebrazione romantica del bere. C’è cronaca.
Il viaggio: Mozart tra cantine e locande
Mozart è uno dei musicisti più itineranti della storia. Viaggia per migliaia di chilometri in un’Europa senza ferrovie. Le locande sono luoghi centrali della sua esperienza.
E le locande sono, prima di tutto, luoghi di vino.
Qui Mozart:
mangia, dorme, compone, discute, osserva l’umanità.
Il vino diventa carburante sociale: facilita conversazioni, scioglie tensioni, accompagna trattative. Ma è anche un rischio: vino cattivo, annacquato, troppo caro. Mozart lo annota, si lamenta, ironizza.
Il tono è spesso pratico, mai edonistico.
Vienna: la capitale che beve
Quando Mozart si stabilisce a Vienna negli anni Ottanta del Settecento, entra nel cuore di una metropoli che vive di vino. Vienna è circondata da vigneti; il vino locale è parte integrante dell’identità cittadina.
Il Heuriger, l’osteria del vino giovane, è già una realtà sociale. Qui si incontrano:
musicisti, funzionari, borghesi, artigiani, intellettuali.
Mozart frequenta questi ambienti. Non come bohémien romantico, ma come professionista urbano. Il vino accompagna:
cene di lavoro, incontri con librettisti, serate conviviali.
È il vino della socialità, non della fuga.
Mozart non era un alcolista
Un mito persistente vuole Mozart dissoluto, eccessivo, irresponsabile. Le fonti non lo confermano. Non emergono:
dipendenza, abuso cronico, degrado fisico legato all’alcol.
Mozart beve come beve il suo tempo. Talvolta troppo, spesso il giusto. Il suo problema non è il vino, ma l’instabilità economica. E il vino, paradossalmente, è spesso una spesa necessaria per mantenere relazioni professionali.
Nel Settecento non offrire da bere equivale a essere scortesi, provinciali, inaffidabili.
Il vino e il teatro: pubblico, attori, musicisti
Il mondo dell’opera è intriso di vino. I teatri non sono luoghi silenziosi e sacrali: sono rumorosi, affollati, conviviali. Il pubblico beve durante gli spettacoli. I musicisti si rifocillano prima e dopo.
Mozart conosce questo ambiente. Le sue opere nascono in un mondo dove:
il vino scorre nei palchi, le trattative avvengono a tavola, il successo si festeggia con brindisi.
Il vino è parte del sistema produttivo della musica.
Don Giovanni: vino, eccesso e punizione
Se c’è un’opera in cui il vino assume valore simbolico, è Don Giovanni. La celebre aria del catalogo e la scena del banchetto finale mettono in scena l’eccesso.
Il vino qui rappresenta:
piacere senza limite, abuso di potere, incapacità di misura.
Don Giovanni beve, mangia, consuma. Mozart e Da Ponte costruiscono una metafora morale chiara: l’eccesso porta alla rovina. Non è moralismo astratto, ma lettura sociale del comportamento aristocratico.
Il vino non è colpevole. L’uso smodato sì.
Il vino come marcatore di classe
Nel Settecento il vino distingue. Esistono:
vini popolari, vini borghesi, vini aristocratici.
Mozart è ossessionato dalla qualità, non dal lusso. Si lamenta del vino cattivo, non della mancanza di vini pregiati. Questo lo colloca chiaramente nella mentalità borghese emergente, dove il gusto conta più dell’ostentazione.
Il vino diventa così un indicatore di modernità.
Le osterie: luoghi di osservazione sociale
Mozart è un osservatore acuto dell’umanità. Le osterie gli offrono uno spaccato perfetto:
mercanti, soldati, musicisti falliti, funzionari, viaggiatori.
Qui ascolta accenti, dialetti, caratteri. Non è un caso che le sue opere pullulino di personaggi realistici, vivissimi. Il vino scioglie le maschere e rivela la natura umana.
Gli ultimi anni: vino, salute e declino
Negli ultimi anni di vita, Mozart è stanco, sovraccarico di lavoro, economicamente fragile. Il vino resta presente, ma non emerge come rifugio. Piuttosto come consuetudine residua, parte di una normalità che resiste al caos.
Non ci sono prove che il vino abbia contribuito alla sua morte. Le ipotesi mediche puntano altrove. Il mito del genio autodistruttivo è una costruzione romantica ottocentesca.
Dopo Mozart: il vino come mito culturale
Dopo la sua morte, Mozart viene trasformato in icona. Il vino entra nel racconto come simbolo bohemien, ma è una distorsione. Mozart non è un artista maledetto. È un professionista del suo tempo.
Il vino, nella sua vita, è:
quotidianità, strumento sociale, segnale culturale.
Non ribellione.
Conclusione: un brindisi storico
Mozart e il vino non raccontano una storia di eccesso, ma di misura, società e cultura. Raccontano un’Europa in cui l’arte nasceva nei salotti e nelle osterie, tra un bicchiere e una discussione accesa.
A 270 anni dalla nascita di Mozart, ricordarlo anche attraverso il vino significa restituirgli spessore umano e storico. Non un genio astratto, ma un uomo del suo tempo, che viveva, mangiava, beveva e componeva in un mondo complesso.
Forse è questo il brindisi più autentico:
alla musica che nasce dalla vita,
e alla vita che, come il buon vino,
resiste al tempo.
