IL VINO IN GUERRA

Quando la Seconda guerra mondiale entrò nei vigneti d’Europa

Vigneti requisiti, cantine controllate, bottiglie nascoste. Tra il 1939 e il 1945 il vino europeo smise di essere soltanto agricoltura e commercio: divenne una risorsa strategica, un bene da proteggere, una merce da requisire e, in alcuni casi, un piccolo atto di resistenza.


Ci sono bottiglie che raccontano più di un’annata.

Basta osservarle.

Il vetro, l’etichetta, la forma della bottiglia, il livello del vino, il colore del liquido, la cantina dalla quale provengono. Ogni dettaglio può diventare una traccia.

E poi c’è l’anno.

  1. 1939.
  2. 1940.
  3. 1941.
  4. 1942.
  5. 1943.
  6. 1944.
  7. 1945.

Sette annate che, nel calendario della viticoltura europea, corrispondono a qualcosa di molto più grande di una semplice successione di vendemmie.

Sono gli anni della Seconda guerra mondiale.

E in quelle annate il vino europeo continuò a nascere mentre l’Europa combatteva, veniva occupata, bombardata, affamata e progressivamente trasformata in un gigantesco teatro di guerra.

La domanda, allora, diventa inevitabile:

che cosa accadde al vino quando l’Europa entrò in guerra?

La risposta è molto più complessa di quanto potrebbe sembrare.

Perché la guerra non distrusse soltanto vigneti.

Distrusse manodopera, trasporti, mercati, disponibilità di materiali, sicurezza economica e continuità produttiva.

E in alcuni territori trasformò la bottiglia in una risorsa strategica.

Il vino entrò così dentro la logica della guerra totale.


LA VENDEMMIA NON SI FERMA. MA GLI UOMINI PARTONO

Per comprendere la dimensione del problema bisogna partire dalla vigna.

La vite non conosce le guerre.

Non sa che gli uomini sono al fronte.

Non sa che il carburante è razionato.

Non sa che il rame scarseggia.

La vite segue il proprio ciclo vegetativo.

Germoglia.

Fiorisce.

Matura.

E arriva alla vendemmia.

Il problema è che, nel frattempo, gli uomini che dovrebbero occuparsene possono essere stati chiamati alle armi.

La mobilitazione militare sottrasse milioni di lavoratori all’agricoltura europea.

Per una coltura come la vite, fortemente dipendente dal lavoro umano, fu un problema enorme.

La potatura non poteva essere rimandata indefinitamente.

I trattamenti dovevano essere effettuati.

Le uve dovevano essere raccolte.

Le cantine dovevano essere preparate.

Il vino doveva essere travasato, controllato e conservato.

La guerra impose quindi una domanda semplicissima e drammatica:

chi avrebbe lavorato le vigne?

Sempre più spesso furono le donne, gli anziani e i lavoratori rimasti nelle campagne a mantenere in vita le aziende agricole.

La storia della viticoltura durante la guerra è dunque anche una storia di lavoro invisibile.

Mentre gli uomini combattevano, qualcun altro continuava a potare.

Qualcun altro vendemmiava.

Qualcun altro portava l’uva in cantina.

Qualcun altro cercava di impedire che una generazione di vigneti andasse perduta.


LA GUERRA ENTRA NELLA CANTINA

Oggi consideriamo normali elementi che, durante la guerra, potevano diventare difficili da reperire.

Una bottiglia.

Un tappo.

Una cassa.

Un filo di ferro.

Una botte.

Il carburante per trasportare il vino.

Il rame necessario per alcuni trattamenti della vite.

Il problema non era quindi soltanto produrre.

Era riuscire a completare l’intera filiera.

Il vetro aveva un’importanza industriale enorme e doveva essere destinato anche alle esigenze belliche.

Il metallo serviva all’industria pesante.

Il carburante era prioritariamente destinato alle forze armate.

Il legno era una materia prima preziosa.

La disponibilità di prodotti agricoli e fitosanitari si ridusse.

In Francia, le ricostruzioni storiche del periodo ricordano proprio la scarsità di rame, vetro, fil di ferro, sughero, legname, zucchero e carburante.

Il vino entrò così in competizione con la guerra per le stesse risorse.

E questo cambiò profondamente il lavoro del viticoltore.


FRANCIA 1940: IL VINO DIVENTA UNA RISORSA

Se esiste un Paese nel quale il rapporto tra Seconda guerra mondiale e vino assume una dimensione particolarmente significativa, è la Francia.

La Francia non era semplicemente un grande produttore.

Era il Paese nel quale il vino rappresentava una componente essenziale dell’identità agricola, economica e culturale.

Borgogna.

Bordeaux.

Champagne.

Cognac.

Loira.

Rodano.

Nomi che già allora rappresentavano un patrimonio economico internazionale.

Quando la Francia fu sconfitta nel 1940 e una parte del territorio passò sotto occupazione tedesca, quel patrimonio entrò inevitabilmente nel sistema economico dell’occupazione.

Il vino divenne una risorsa.

E le risorse, durante una guerra, vengono controllate.


I WEINFÜHRER E IL CONTROLLO DEL VINO FRANCESE

Uno degli aspetti più interessanti della storia vitivinicola dell’occupazione è l’istituzione dei Weinführer, funzionari tedeschi incaricati di supervisionare il settore vinicolo.

Non si trattava semplicemente di soldati che entravano nelle cantine.

Il sistema era più articolato.

Le autorità tedesche cercavano di controllare produzione, disponibilità, acquisti e trasferimenti.

Era un sistema economico inserito all’interno dell’occupazione.

Lo storico Christophe Lucand ha ricostruito questa struttura nel volume Le vin et la guerre. Comment les nazis ont fait main basse sur le vignoble français, mostrando come il settore vitivinicolo francese fosse stato progressivamente inserito nelle dinamiche economiche imposte dall’occupante.

Il vino diventava quindi parte di una più ampia politica di sfruttamento economico dei territori occupati.

E qui emerge una distinzione fondamentale.

Non tutte le bottiglie che lasciarono la Francia durante la guerra furono semplicemente “rubate”.

Ci furono requisizioni.

Ci furono acquisti.

Ci furono trasferimenti organizzati.

Ci furono transazioni formalmente commerciali ma avvenute all’interno di un rapporto di forza completamente squilibrato.

La parola più corretta, quindi, non è soltanto saccheggio.

È controllo.


BORDEAUX, BORGOGNA, CHAMPAGNE: IL VALORE DEL TERRITORIO

Il vino possiede una caratteristica particolare.

Il suo valore non dipende soltanto dalla quantità.

Dipende dall’origine.

Una bottiglia di vino comune può avere un determinato valore.

Una bottiglia proveniente da un cru prestigioso ne può avere un altro.

Questo rende il vino particolarmente interessante in una situazione di guerra.

Non è una semplice derrata agricola.

È una merce differenziata.

Ha reputazione.

Ha mercato.

Ha prestigio.

Ha possibilità di essere conservata.

E può essere facilmente trasportata.

Il vino francese era dunque una risorsa economica ideale.

La bottiglia diventa quasi una forma di valore concentrato.

E le grandi cantine francesi custodivano patrimoni enormi.


CHAMPAGNE: LA CANTINA COME RIFUGIO

Tra tutti i territori francesi, la Champagne rappresenta forse il caso più cinematografico.

Sotto le città e i vigneti esiste un altro mondo.

Le crayères.

Le grandi gallerie sotterranee.

Le cantine.

Chilometri di cunicoli nei quali le bottiglie riposano al buio.

Durante la guerra questi spazi assunsero una funzione ancora più importante.

Erano luoghi di conservazione.

Ma anche luoghi nei quali era possibile nascondere parte del patrimonio.

La storia della Champagne durante l’occupazione racconta di controlli, requisizioni, arresti e deportazioni.

Ma racconta anche della capacità delle maison di proteggere, per quanto possibile, le proprie riserve.

Le cantine diventavano una forma di protezione.

Una bottiglia nascosta poteva essere una bottiglia sottratta al sistema di requisizione.

E in una guerra, nascondere una risorsa può assumere un significato molto più grande del semplice valore economico.


LILY BOLLINGER: PRODURRE MENTRE L’EUROPA BRUCIAVA

Tra le figure più interessanti di questa storia c’è Lily Bollinger.

Nel 1941, alla morte del marito Jacques Bollinger, Elisabeth “Lily” Bollinger assunse la guida della maison.

Era un momento drammatico.

La Francia era occupata.

La manodopera era scarsa.

Le risorse erano limitate.

Le autorità tedesche controllavano il settore.

Eppure la maison doveva continuare a funzionare.

Questa vicenda permette di capire una cosa fondamentale.

La sopravvivenza di un’azienda vitivinicola durante la guerra non dipendeva soltanto dalla qualità del vino.

Dipendeva dalla capacità di proteggere persone, vigneti, bottiglie, cantine e rapporti economici.

Era una forma di gestione dell’emergenza.

Una vera e propria economia di guerra.


RESISTENZA O SOPRAVVIVENZA?

È qui che il racconto del vino diventa particolarmente delicato.

Perché non esiste una sola risposta.

Non tutti i produttori resistettero.

Non tutti collaborarono.

Molti cercarono semplicemente di sopravvivere.

Alcuni dovettero trattare con le autorità tedesche.

Altri cercarono di nascondere parte della produzione.

Altri ancora sfruttarono le opportunità economiche create dall’occupazione.

Il mondo vitivinicolo francese, come la società francese nel suo complesso, fu attraversato da comportamenti diversi.

Il dopoguerra avrebbe prodotto inevitabilmente una memoria selettiva.

La resistenza sarebbe diventata parte fondamentale della narrazione nazionale.

Ma gli studi storici più recenti invitano a guardare anche alle zone grigie.

Ed è proprio in queste zone grigie che la storia diventa più interessante.


IL VINO ITALIANO: UNA GUERRA DIVERSA

L’Italia visse una situazione differente.

Nel giugno del 1940 il regime fascista entrò in guerra.

Il conflitto trasformò progressivamente l’economia nazionale.

L’agricoltura venne sottoposta a una crescente pressione.

La manodopera diminuì.

I trasporti divennero difficili.

Le risorse vennero indirizzate verso le esigenze militari.

E, dopo l’8 settembre 1943, il territorio italiano divenne direttamente teatro di guerra e di occupazione.

La viticoltura italiana non venne cancellata.

Ma venne messa sotto pressione.

La ricerca storica sul settore evidenzia l’importanza della riduzione della manodopera e delle trasformazioni dell’organizzazione agricola durante il conflitto.

In altre parole:

il problema non era soltanto perdere i vigneti. Era riuscire a mantenerli produttivi.


QUANDO IL VINO DIVENTA QUOTIDIANITÀ

C’è poi una dimensione che le statistiche non riescono a raccontare completamente.

Il vino era parte della vita quotidiana.

Era presente sulle tavole.

Nelle campagne.

Nelle osterie.

Durante i pranzi familiari.

Durante le feste.

In molte zone rurali era anche un prodotto dell’autoconsumo.

Durante la guerra, dunque, la riduzione della disponibilità non significava soltanto perdere una bevanda.

Significava modificare abitudini.

La scarsità portò a razionamenti, aumento dei prezzi e sviluppo del mercato clandestino.

Il vino diventava così una merce contesa.

E quando una merce diventa scarsa, cambia il suo valore.


IL MERCATO NERO DEL VINO

Il mercato nero è una delle conseguenze più frequenti delle economie di guerra.

Quando l’offerta ufficiale non riesce a soddisfare la domanda, si crea un mercato parallelo.

Il vino non fece eccezione.

In Francia furono documentate frodi, vendite clandestine e pratiche finalizzate a sottrarre una parte della produzione al controllo ufficiale.

Il produttore aveva un problema.

Da una parte le autorità.

Dall’altra la necessità di sopravvivere economicamente.

In mezzo, il consumatore.

Il vino assumeva così una doppia identità.

Prodotto agricolo regolamentato.

E bene di scambio clandestino.


UNA BOTTIGLIA COME STRUMENTO DI POTERE

Per comprendere il ruolo del vino nella Seconda guerra mondiale bisogna quindi cambiare prospettiva.

Una bottiglia non è soltanto una bottiglia.

È una merce.

Una risorsa.

Un bene facilmente trasferibile.

Un prodotto con un valore internazionale.

E, soprattutto, un bene che può essere conservato.

Il vino ha una caratteristica che lo distingue da molti alimenti.

Può migliorare con il tempo.

Questa caratteristica rende alcune bottiglie ancora più preziose.

Una riserva non venduta nel 1941 può diventare un patrimonio.

Una cantina piena è capitale immobilizzato.

Chi controlla quella cantina controlla un valore economico.

Ecco perché le cantine divennero luoghi da proteggere.


LE ANNATE DELLA GUERRA

C’è qualcosa di profondamente affascinante nell’osservare una carta dei vini e trovare un’annata degli anni della guerra.

  1. 1940.
  2. 1941.
  3. 1942.
  4. 1943.
  5. 1944.
  6. 1945.

Quelle date non sono semplicemente numeri.

Dietro ogni vendemmia c’è una situazione politica.

Nel 1940 la Francia viene sconfitta.

Nel 1941 l’Europa è ormai pienamente coinvolta nel conflitto.

Nel 1942 la guerra raggiunge una dimensione globale ancora più drammatica.

Nel 1943 l’Italia entra nella fase dell’armistizio e della guerra sul proprio territorio.

Nel 1944 la Francia viene liberata e l’Europa occidentale comincia a cambiare.

Nel 1945 la guerra finisce.

La bottiglia diventa così una sorta di calendario liquido.

Un archivio.


IL VINO COME TESTIMONE

È forse questo il punto più interessante dal punto di vista enologico.

Il vino è un prodotto biologico.

Nasce da un processo naturale.

Ma porta dentro di sé le condizioni storiche nelle quali è stato prodotto.

Un’annata difficile non racconta soltanto il clima.

Può raccontare anche una società in difficoltà.

Un vigneto trascurato può essere il risultato di una mancanza di manodopera.

Una produzione ridotta può essere legata alla scarsità di materiali.

Una bottiglia mai commercializzata può essere sopravvissuta in una cantina durante l’occupazione.

L’enologia diventa quindi anche una disciplina capace di dialogare con la storia.


DOPO LA GUERRA: RICOSTRUIRE IL VINO

Il 1945 non rappresentò una bacchetta magica.

La guerra era finita.

Ma le conseguenze rimanevano.

Bisognava ricostruire.

Ripristinare le infrastrutture.

Riorganizzare i trasporti.

Rimettere in funzione le aziende.

Ricostruire i mercati.

Riportare il lavoro nelle campagne.

E soprattutto tornare a investire.

Il dopoguerra avrebbe progressivamente modificato il settore vitivinicolo europeo.

In Italia, nel corso dei decenni successivi, la viticoltura sarebbe diventata sempre più specializzata.

Il vino italiano avrebbe iniziato una straordinaria trasformazione.

Dalle produzioni prevalentemente orientate al consumo interno si sarebbe progressivamente passati a un sistema nel quale qualità, denominazioni, imbottigliamento, export e valorizzazione territoriale avrebbero assunto un ruolo crescente.

La grande rivoluzione del vino italiano del secondo Novecento nasce anche da questa ricostruzione.


DALLA SOPRAVVIVENZA AL TERROIR

La parola “terroir” oggi è quasi una dichiarazione d’identità.

Ma dietro quella parola c’è una storia.

Territorio.

Suolo.

Clima.

Vitigno.

Tradizione.

Uomo.

Il dopoguerra avrebbe progressivamente rafforzato la valorizzazione di questi elementi.

La qualità diventava uno strumento economico.

La denominazione diventava una protezione.

L’origine diventava un valore commerciale.

La bottiglia diventava ambasciatrice di un territorio.

Il vino smetteva lentamente di essere soltanto qualcosa da bere.

Diventava qualcosa da raccontare.


QUELLE BOTTIGLIE CHE SONO SOPRAVVISSUTE

Ed eccoci nuovamente alla bottiglia.

Una bottiglia del 1944 può sembrare oggi un semplice oggetto da collezione.

Ma se sappiamo leggerla, racconta molto di più.

Racconta un’annata.

Racconta un produttore.

Racconta una regione.

Racconta una guerra.

E racconta soprattutto la capacità degli uomini di continuare a produrre bellezza anche dentro una delle epoche più buie del continente europeo.

Non bisogna romanticizzare la guerra.

Mai.

La guerra fu distruzione, morte, fame, persecuzione e violenza.

Il vino non rende quella storia più bella.

Ma può aiutarci a comprenderla da un’altra prospettiva.

Una prospettiva agricola.

Economica.

Sociale.

Culturale.


IL VINO NON È MAI SOLTANTO VINO

Da enologo, forse questa è la conclusione più importante.

Quando analizziamo un vino, siamo abituati a parlare di acidità, struttura, tannino, profumi, equilibrio, persistenza.

Sono parametri fondamentali.

Ma esiste un’altra dimensione.

La memoria.

Ogni vino nasce in un determinato momento.

E quel momento appartiene alla storia.

Un vino del 1945 non è soltanto un vino vecchio.

È un prodotto nato mentre l’Europa usciva dalla guerra.

Una bottiglia del 1942 è un prodotto nato mentre il conflitto raggiungeva uno dei suoi momenti più drammatici.

Un vino del 1940 è nato mentre il continente stava cambiando volto.

Questo non modifica necessariamente la qualità organolettica del vino.

Ma modifica il significato della bottiglia.

Ed è proprio qui che enologia e giornalismo possono incontrarsi.


LA MEMORIA NEL CALICE

Forse una vecchia bottiglia non può raccontarci tutto.

Non può dirci chi l’ha nascosta.

Non può spiegare perché sia sopravvissuta.

Non può restituire le voci di chi lavorava quella vigna.

Ma può essere una traccia.

E la storia, spesso, nasce proprio dalle tracce.

Il vino europeo sopravvisse alla guerra.

Non sempre intatto.

Non sempre con la stessa qualità.

Non sempre attraverso percorsi limpidi.

Ma sopravvisse.

I vigneti tornarono a essere lavorati.

Le cantine tornarono a riempirsi.

Le bottiglie tornarono sulle tavole.

E l’Europa ricominciò lentamente a bere il proprio vino.

Non era più l’Europa del 1939.

Era un continente diverso.

Un continente ferito.

Ma anche un continente che ricominciava.


EPILOGO

Oggi possiamo entrare in una cantina, prendere una bottiglia, guardare un’etichetta e pensare semplicemente alla degustazione.

Possiamo parlare del colore.

Del bouquet.

Della struttura.

Dell’equilibrio.

Della persistenza.

Ma davanti a una bottiglia prodotta negli anni della Seconda guerra mondiale, forse dovremmo fermarci un istante prima di versarla.

Perché quell’etichetta porta con sé una data.

E quella data appartiene alla storia.

Dietro quel vino potrebbero esserci mani che hanno lavorato una vigna mentre gli uomini erano al fronte.

Potrebbero esserci cantine controllate da un’autorità occupante.

Potrebbero esserci bottiglie nascoste.

Potrebbero esserci sacrifici.

Potrebbero esserci compromessi.

Potrebbero esserci storie mai raccontate.

Il vino, in fondo, ha questa straordinaria capacità.

Conserva.

Conserva profumi, aromi e struttura.

Ma, attraverso le sue bottiglie, può conservare anche la memoria di un tempo.

La Seconda guerra mondiale entrò nei vigneti.

Entrò nelle cantine.

Entrò nei commerci.

Entrò nelle tavole.

E lasciò il proprio segno anche nel vino.

Per questo, quando oggi portiamo un calice alle labbra, sarebbe riduttivo considerarlo soltanto una bevanda.

Il vino è agricoltura.

È economia.

È cultura.

È territorio.

È lavoro.

E, qualche volta, è memoria.

**Perché alcune bottiglie non contengono soltanto un’annata.

Contengono un pezzo di storia.**


FONTI E BIBLIOGRAFIA

Christophe Lucand, Le vin et la guerre. Comment les nazis ont fait main basse sur le vignoble français, Armand Colin, 2017. Studio fondamentale sul controllo del vigneto francese durante l’occupazione tedesca.

Union des Maisons de Champagne, documentazione storica sulla Champagne durante la Seconda guerra mondiale: occupazione, requisizioni, deportazioni, arresti e liberazione. Union des Maisons de Champagne – The Second World War

Decanter, approfondimento storico sulla Champagne durante la Seconda guerra mondiale e sul ruolo dei Weinführer. Decanter – Champagne during WW2: From vines to victory

Groupe Bollinger, archivio storico della maison e documentazione sulla gestione dell’azienda durante la guerra e sulla figura di Lily Bollinger. Groupe Bollinger – History & Legacy

Le Monde, Rémi Barroux, approfondimento sul lavoro di Christophe Lucand e sul vigneto francese durante l’occupazione. Le Monde – Le vignoble français sous l’Occupation allemande

Alessandro Corsi, Eugenio Pomarici, Roberta Sardone, studi sull’evoluzione del settore vitivinicolo italiano e sulle trasformazioni determinate dal periodo bellico e dal secondo dopoguerra. Cambridge University Press – The Italian Wine Sector

Territoires du vin, studi storici sulla produzione vitivinicola italiana e sull’evoluzione del settore. Territoires du vin – Spazio e produzione vitivinicola in Italia

Cambridge University Press – European Review, Wine and France: A Brief History, per il quadro storico della viticoltura francese. European Review – Wine and France: A Brief History

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