La guerra e la vite: effetti agronomici ed enologici del conflitto sulla produzione del vino

Quando il conflitto interrompe il ciclo vegetativo della vite

La viticoltura è una delle attività agricole nelle quali il fattore tempo assume un’importanza determinante. La vite (Vitis vinifera L.) è una coltura pluriennale e il suo ciclo produttivo è caratterizzato da una successione di fasi fenologiche che devono essere gestite con continuità: riposo vegetativo, pianto, germogliamento, fioritura, allegagione, invaiatura, maturazione e vendemmia.

Una situazione bellica può interferire con praticamente ciascuna di queste fasi.

Nel caso del conflitto israelo-palestinese, e in particolare della guerra nella Striscia di Gaza iniziata nell’ottobre 2023, l’impatto sull’agricoltura è stato documentato da diverse organizzazioni internazionali. La FAO e UNOSAT hanno rilevato nel giugno 2026 che soltanto il 3% circa delle superfici coltivate di Gaza risultava contemporaneamente accessibile e non danneggiato. Le valutazioni evidenziano inoltre carenze di fertilizzanti, sementi, carburante, attrezzature per l’irrigazione e altri mezzi di produzione. (FAOHome)

Per una coltura annuale questo può significare la perdita di una stagione produttiva. Per un vigneto significa potenzialmente compromettere un sistema produttivo che dovrebbe rimanere efficiente per molti anni.

Potatura: il primo punto critico

La potatura invernale non è semplicemente un’operazione di manutenzione.

È uno dei principali strumenti attraverso i quali il viticoltore determina il potenziale produttivo della pianta.

La scelta del numero di gemme lasciate sulla pianta, della lunghezza dei tralci e della forma di allevamento condiziona infatti:

  • carica gemmaria;
  • rapporto tra superficie fogliare e produzione;
  • distribuzione dei grappoli;
  • vigoria;
  • equilibrio vegeto-produttivo;
  • esposizione della chioma;
  • qualità della maturazione.

Se il vigneto non può essere raggiunto durante il periodo di potatura, la pianta continua naturalmente il proprio ciclo biologico, ma senza la regolazione necessaria.

La stagione successiva può quindi presentare una vegetazione eccessivamente sviluppata, una produzione irregolare e una gestione della chioma molto più complessa.

In condizioni normali, l’enologo e il viticoltore cercano di mantenere il cosiddetto equilibrio vegeto-produttivo. Un conflitto rende questo controllo estremamente difficile.

Germogliamento e sviluppo della chioma

Con l’arrivo della primavera, la vite entra nella fase di germogliamento.

Il germoglio diventa il principale organo fotosintetico della pianta e successivamente la chioma dovrà sostenere la maturazione dell’uva.

Una gestione insufficiente della vegetazione può provocare:

  • eccessivo ombreggiamento;
  • riduzione dell’efficienza fotosintetica dei tessuti più interni;
  • maggiore umidità nella zona grappolo;
  • difficoltà nei trattamenti fitosanitari;
  • maggiore pressione di alcune patologie fungine.

La gestione della chioma è quindi anche una forma di microclimatologia del vigneto.

Modificare l’esposizione dei grappoli significa modificare temperatura, umidità e radiazione nella zona di produzione.

Stress idrico e disponibilità dell’acqua

Uno degli aspetti più delicati è la gestione dello stress idrico.

La vite è una specie relativamente resistente alla siccità, ma la sua risposta alla carenza d’acqua dipende dalla cultivar, dal portinnesto, dal tipo di terreno, dalla profondità dell’apparato radicale, dalla disponibilità idrica e dalla fase fenologica.

Uno stress idrico moderato può ridurre la vigoria vegetativa e, in determinate condizioni, favorire un rapporto favorevole tra superficie fogliare e produzione.

Uno stress severo e prolungato è invece potenzialmente dannoso.

Può determinare:

  • riduzione della fotosintesi;
  • chiusura stomatica;
  • riduzione della crescita dei germogli;
  • riduzione della dimensione degli acini;
  • alterazioni della maturazione;
  • disidratazione;
  • nei casi estremi, disseccamento della pianta.

A Gaza il problema non è solamente la disponibilità naturale di acqua, ma anche la possibilità materiale di irrigare i terreni.

La FAO ha rilevato nel 2025 che l’82,8% dei pozzi agricoli risultava danneggiato, mentre più dell’80% della superficie coltivata risultava danneggiata. (FAOHome)

Nel 2026 la FAO ha continuato a segnalare gravi difficoltà di accesso alle attrezzature per l’irrigazione e agli altri input agricoli. (FAOHome)

Dalla fotosintesi alla maturazione dell’uva

Dal punto di vista enologico, la maturazione dell’uva è una fase particolarmente importante.

Durante la maturazione cambiano progressivamente:

  • concentrazione degli zuccheri;
  • acidità titolabile;
  • pH;
  • composizione aromatica;
  • composti fenolici;
  • antociani nelle uve rosse;
  • tannini;
  • rapporto tra polpa, buccia e vinaccioli.

L’enologo normalmente programma la vendemmia cercando un equilibrio tra questi parametri.

Una situazione di guerra introduce invece variabili difficilmente controllabili.

Un vigneto può raggiungere la maturità tecnologica senza che il produttore sia nelle condizioni di raccogliere l’uva.

Oppure la raccolta può essere effettuata in condizioni non ottimali per motivi di sicurezza, disponibilità di manodopera o impossibilità di trasporto.

La vendemmia sotto condizioni di emergenza

La vendemmia rappresenta uno dei momenti più delicati dell’annata.

L’uva destinata alla vinificazione deve essere raccolta e trasferita rapidamente in cantina, soprattutto quando le temperature sono elevate.

Il ritardo può favorire:

  • aumento della temperatura dell’uva;
  • perdita di integrità degli acini;
  • ossidazioni;
  • sviluppo microbico indesiderato;
  • fermentazioni spontanee;
  • aumento dell’acidità volatile in condizioni particolarmente problematiche.

Nel nord di Israele, alcune cantine hanno dovuto affrontare situazioni nelle quali determinate aree agricole erano troppo pericolose da raggiungere. Il Jerusalem Post ha documentato, tra le altre conseguenze, la perdita di uve non raccolte, danni ai vigneti e difficoltà nel reperire personale durante le vendemmie del periodo bellico. (Giornale di Gerusalemme)

La questione della manodopera è particolarmente importante.

Una vendemmia manuale richiede squadre numerose e coordinate. Se parte dei lavoratori viene mobilitata, evacuata o non può raggiungere il vigneto, la raccolta può diventare più lenta o addirittura impossibile.

L’uva non raccolta è una perdita irreversibile

A differenza di molte altre attività produttive, nel vigneto non è possibile conservare indefinitamente una materia prima pronta.

Se un grappolo raggiunge una determinata maturazione e non viene raccolto, continua a subire trasformazioni.

Può perdere acqua, aumentare la concentrazione zuccherina, diminuire l’acidità e, soprattutto in presenza di danni alla buccia, diventare maggiormente esposto a microrganismi e marciumi.

In determinate condizioni si può verificare anche una perdita quantitativa per disidratazione o caduta degli acini.

Questo significa che l’impossibilità di effettuare una vendemmia non comporta semplicemente un ritardo produttivo: può significare la perdita completa del raccolto.

Fermentazione e vinificazione in una cantina sotto pressione

Anche dopo la raccolta, il processo enologico deve continuare.

La vinificazione richiede controllo della temperatura, igiene, energia elettrica, acqua, attrezzature, serbatoi e personale qualificato.

Nel caso delle uve rosse, ad esempio, la fermentazione alcolica deve essere gestita monitorando temperatura, densità, estrazione fenolica e andamento fermentativo.

Successivamente possono intervenire:

  • fermentazione malolattica;
  • travasi;
  • stabilizzazione;
  • filtrazione;
  • affinamento;
  • imbottigliamento.

Un’interruzione della catena produttiva può quindi creare problemi anche a un vino ottenuto da uve raccolte correttamente.

L’enologia moderna si basa infatti sul controllo delle variabili.

Una guerra introduce l’esatto contrario: incertezza e discontinuità operativa.

Il rischio microbiologico

L’igiene di cantina assume un’importanza fondamentale.

Attrezzature non adeguatamente sanificate, difficoltà nel reperire detergenti e prodotti enologici, interruzioni energetiche o impossibilità di mantenere le temperature possono aumentare il rischio di deviazioni microbiologiche.

I microrganismi coinvolti nella vinificazione non sono necessariamente negativi: Saccharomyces cerevisiae, ad esempio, è fondamentale per la fermentazione alcolica.

Il problema nasce quando il processo non viene adeguatamente controllato.

L’attività di lieviti non desiderati e batteri acetici o lattici può contribuire a deviazioni organolettiche, aumento dell’acidità volatile e perdita delle caratteristiche varietali.

Danni fisici al vigneto

Una guerra può inoltre provocare danni diretti alle strutture del vigneto.

Non vengono danneggiate soltanto le piante.

Possono essere compromessi:

  • pali;
  • fili di sostegno;
  • recinzioni;
  • sistemi di irrigazione;
  • pompe;
  • strade poderali;
  • macchinari;
  • magazzini;
  • cantine.

Nel nord di Israele sono stati documentati danni provocati da razzi, incendi e mezzi militari. Alcune aziende hanno perso superfici vitate o hanno dovuto rinunciare alla raccolta di determinati appezzamenti. (Giornale di Gerusalemme)

Dal punto di vista economico, il problema è significativo perché la ricostruzione di un vigneto non coincide con la semplice sostituzione delle viti.

Il tempo necessario per ricostruire un vigneto

Una nuova barbatella non diventa immediatamente una vite produttiva.

Dopo l’impianto è necessario sviluppare un apparato radicale adeguato e costruire progressivamente la struttura della pianta.

La fase di allevamento richiede normalmente diversi anni prima di arrivare a una produzione economicamente significativa.

Se vengono distrutte viti adulte, quindi, la perdita non riguarda soltanto il raccolto dell’anno.

Si perde anche il potenziale produttivo futuro.

È uno degli aspetti che distinguono un vigneto da una coltura annuale.

Un esempio significativo dalla Striscia di Gaza

Nel 2026 sono state documentate anche esperienze di recupero di vigneti a Gaza.

Al Jazeera ha raccontato il ritorno alla vendemmia di Khaled Abu Madeen, agricoltore di Sheikh Ijlin. Dopo quasi tre anni di guerra, alcune viti sopravvissute sono tornate a produrre uva. Secondo la sua stima, il raccolto ha raggiunto circa il 40% della produzione precedente alla guerra. (Al Jazeera)

Un altro reportage pubblicato da The National descrive il recupero di un appezzamento di circa 1,2 ettari coltivato a vite e fico.

I proprietari hanno cercato di raggiungere le radici delle piante sopravvissute e di riportarle in produzione attraverso irrigazione, riabilitazione del terreno e trattamenti disponibili localmente. Secondo il reportage, è stato possibile recuperare circa il 10% degli alberi presenti prima della distruzione del terreno. (The National)

Dal punto di vista viticolo, questi casi sono interessanti perché dimostrano la capacità della vite di emettere nuova vegetazione da strutture radicali sopravvissute, ma anche la distanza che può esistere tra la sopravvivenza biologica della pianta e il ritorno alla piena produttività.

Il terroir rimane, ma il vigneto può cambiare

In enologia si parla spesso di terroir per indicare l’insieme delle caratteristiche ambientali, pedologiche e climatiche che contribuiscono all’espressione di un vino.

Il terreno può sopravvivere alla distruzione di un vigneto.

Ma se cambiano le viti, il sistema di allevamento, la densità d’impianto, la gestione dell’acqua o le condizioni della chioma, può cambiare anche l’espressione enologica del prodotto.

Questo è particolarmente importante per le vigne vecchie.

La perdita di materiale vegetale storico può comportare anche la perdita di biodiversità viticola, selezioni locali e adattamenti sviluppati nel corso delle generazioni.

Il vino non finisce con la fermentazione

Un errore comune consiste nel considerare il vino esclusivamente come il prodotto ottenuto dalla fermentazione dell’uva.

In realtà esiste una filiera.

Dopo la vinificazione arrivano stabilizzazione, imbottigliamento, confezionamento, stoccaggio, trasporto e commercializzazione.

Una guerra può interrompere ciascuno di questi passaggi.

La cantina Cremisan, a Betlemme, rappresenta un esempio particolarmente significativo. L’enologo e direttore Fadi Batarseh ha raccontato a WineNews come la drastica riduzione del turismo abbia colpito direttamente le vendite della cantina. Nel 2026 è stata inoltre annunciata una collaborazione con un distributore britannico per cercare nuovi canali commerciali. (WineNews)

La conseguenza è interessante anche dal punto di vista economico: un vino può essere prodotto correttamente ma non riuscire a raggiungere il consumatore.

Guerra e mercato del vino

Quando la produzione diminuisce e contemporaneamente aumentano i costi di gestione, il prezzo finale può risentirne.

Nel caso dell’uva da tavola a Gaza, Al Jazeera ha riportato nel 2026 prezzi significativamente superiori a quelli prebellici, collegandoli alla scarsità della produzione e ai maggiori costi di recupero dei terreni. (Al Jazeera)

Nel vino il meccanismo è più complesso perché entrano in gioco anche affinamento, stoccaggio, distribuzione e posizionamento commerciale.

Tuttavia il principio è simile: una riduzione della materia prima, associata a maggiori costi produttivi e logistici, può alterare l’equilibrio economico della filiera.

La guerra modifica anche il concetto di annata

Per un enologo, ogni annata è il risultato dell’interazione tra clima, suolo, vitigno e gestione agronomica.

In condizioni normali si parla di annata calda, fredda, siccitosa, piovosa o caratterizzata da determinate condizioni fitosanitarie.

In una zona di guerra, alla variabile climatica si aggiunge una variabile antropica estrema.

La qualità dell’annata può essere condizionata non soltanto da temperatura e precipitazioni, ma anche dalla possibilità di:

  • entrare nel vigneto;
  • potare;
  • irrigare;
  • trattare;
  • raccogliere;
  • trasportare;
  • vinificare;
  • conservare;
  • commercializzare.

È una condizione completamente diversa dalla normale variabilità viticola.

La vite come indicatore della resilienza agricola

Il ritorno di alcune vigne alla produzione nel 2026 dimostra comunque un elemento importante.

La vite possiede una notevole capacità di recupero quando l’apparato radicale rimane vitale e quando vengono ripristinate condizioni minime di coltivazione.

Ma la resilienza biologica non deve essere confusa con la ricostruzione della filiera.

Per riportare una regione viticola alla piena capacità produttiva occorrono contemporaneamente:

terreno accessibile + acqua + materiale vegetale + manodopera + infrastrutture + sicurezza + cantine + mercato.

Se manca anche soltanto uno di questi elementi, la ripresa può rallentare considerevolmente.

Conclusione

Dal punto di vista enologico, la guerra non influenza il vino soltanto quando un bombardamento colpisce direttamente una cantina o un vigneto.

L’impatto comincia molto prima.

Comincia quando il viticoltore non può potare una vite, quando un impianto di irrigazione non funziona, quando un trattamento fitosanitario non può essere effettuato, quando i lavoratori non possono raggiungere il vigneto o quando un grappolo maturo non può essere raccolto.

Continua in cantina, dove energia, acqua, personale e materiali sono indispensabili per trasformare correttamente l’uva in vino.

E prosegue infine sul mercato, quando il vino prodotto non può essere venduto, trasportato o raggiungere i consumatori.

Il caso di Gaza mostra quanto possa essere fragile una filiera agricola quando vengono meno le condizioni fondamentali per coltivare.

La vite, tuttavia, mostra anche una caratteristica straordinaria: quando le radici sopravvivono e il terreno torna coltivabile, una nuova vegetazione può ricominciare a crescere.

Per un enologo, questo rappresenta forse l’aspetto più significativo: il vino nasce dalla trasformazione dell’uva, ma prima ancora nasce dalla capacità di una pianta di vivere, adattarsi e produrre nel proprio ambiente.

E quando una vigna viene distrutta, ricostruire il vino significa prima di tutto ricostruire il vigneto.


Fonti

  1. FAO – Food and Agriculture Organization of the United Nations / UNOSAT, Gaza Strip: Only 3 percent of Gaza’s cropland remains accessible and undamaged, 18 agosto 2026. (FAOHome)
  2. FAO – Food and Agriculture Organization of the United Nations, Gaza’s agricultural infrastructure continues to deteriorate at alarming rate, 26 maggio 2025. (FAOHome)
  3. The Jerusalem Post, How Israel’s wine industry is impacted by the conflict with Hezbollah, 26 ottobre 2024. (Giornale di Gerusalemme)
  4. The Jerusalem Post, Psagot Winery commemorates October 7 with its wines, 5 ottobre 2024. (Giornale di Gerusalemme)
  5. WineNews, “Con la guerra non vendiamo più il vino”: a WineNews l’enologo della cantina Cremisan, a Betlemme, 2026. (WineNews)
  6. Al Jazeera, Gaza farmer returns to the grapevines he couldn’t bear to abandon, 29 agosto 2026. (Al Jazeera)
  7. The National, How grapevines and fig trees are slowly taking root again in Gaza, 28 agosto 2026. (The National)

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