Il vino ha un genere? E soprattutto: il vino che scegliamo può raccontare qualcosa del nostro carattere?
Sono due domande apparentemente semplici, ma dietro un calice si nasconde un mondo molto più complesso fatto di cultura, gusto, psicologia, marketing, identità e persino imprenditoria.
Per anni il vino è stato raccontato soprattutto attraverso figure maschili: il vignaiolo, l’enologo, il produttore, il sommelier, l’esperto. Oggi, però, questa rappresentazione non descrive più completamente la realtà.
Le donne sono sempre più presenti nella filiera vitivinicola: producono, studiano, dirigono aziende, lavorano in cantina e in vigna, si occupano di enologia, marketing, comunicazione, vendita ed enoturismo.
L’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, OIV, ha dedicato nel 2024 un approfondimento proprio al ruolo delle donne nel settore, evidenziando la crescita della presenza femminile e l’aumento delle opportunità professionali anche negli ambiti tecnici. (OIV)
Ma esiste anche un’altra dimensione del rapporto tra donne e vino: la scelta del vino come espressione del gusto personale e, forse, di alcuni tratti della personalità.
Il vino delle donne non è un vino rosa
Prima di tutto bisogna eliminare uno stereotipo.
Il “vino delle donne” non è necessariamente un rosé.
Non è necessariamente dolce.
Non deve avere un’etichetta rosa.
Non deve avere fiori, cuori o un nome romantico.
Una donna può amare un Barolo, un Brunello, un Cabernet Sauvignon, un Refosco dal Peduncolo Rosso, una Ribolla Gialla, un Friulano, uno Champagne, un passito oppure un vino naturale.
Il vino non ha genere.
La persona che lo sceglie, invece, ha gusti, esperienze, abitudini e una personalità.
Ed è proprio qui che la ricerca scientifica diventa interessante.
Il vino può raccontare il carattere?
Non bisogna confondere una correlazione statistica con una diagnosi psicologica.
Non è possibile guardare una persona mentre ordina un vino e stabilire automaticamente che tipo di carattere abbia.
Tuttavia, esistono studi che hanno analizzato proprio il rapporto tra personalità e preferenze enologiche.
Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Food Quality and Preference ha analizzato 1.176 adulti italiani, chiedendo loro quali vini amassero e acquistassero abitualmente.
I ricercatori hanno associato i vini indicati a otto caratteristiche sensoriali: grado alcolico, acidità, dolcezza, corpo, tannicità, sapidità, persistenza e complessità aromatica.
La personalità dei partecipanti è stata invece valutata attraverso il modello dei Big Five, che considera cinque grandi dimensioni della personalità: estroversione, gradevolezza, coscienziosità, stabilità emotiva e apertura mentale. (ScienceDirect)
I risultati hanno evidenziato diverse associazioni.
Le persone più estroverse tendevano a preferire vini più acidi; le persone più socievoli mostravano una preferenza per vini con maggiore contenuto alcolico e bouquet più complessi; le persone caratterizzate da maggiore stabilità emotiva tendevano verso vini tannici, persistenti e corposi; mentre le persone con maggiore apertura mentale mostravano una preferenza per vini persistenti e tannici. (ScienceDirect)
La cosa importante è che gli autori non affermano che il vino possa “leggere” la personalità.
Parlano di associazioni.
È una differenza fondamentale.
Il vino può quindi essere una finestra sulle nostre preferenze, ma non un test psicologico.
Il carattere nel bicchiere
Immaginiamo allora il vino come una sorta di linguaggio.
Un vino molto strutturato comunica sensazioni diverse rispetto a un vino fresco e immediato.
Un vino tannico richiede un approccio differente da uno dolce.
Un vino complesso può essere esplorato lentamente.
Un vino aromatico può colpire immediatamente.
Ed è possibile che persone con differenti caratteristiche individuali siano attratte proprio da esperienze sensoriali differenti.
Non perché “il vino scelga il carattere”, ma perché il carattere può influenzare ciò che cerchiamo nell’esperienza sensoriale.
La donna che sceglie un vino rosso
Il rosso è probabilmente il vino più facilmente associato alla forza.
Il colore intenso, i tannini, il corpo, l’alcol, la persistenza e la struttura contribuiscono a creare questa percezione.
Ma “forte” non significa necessariamente aggressivo.
Un grande Pinot Nero può essere delicato, elegante e sottile.
Un Cabernet Sauvignon può essere potente e austero.
Un Nebbiolo può essere apparentemente severo nella giovinezza e diventare straordinariamente elegante con l’evoluzione.
Un Refosco può esprimere acidità, struttura e territorialità.
Se trasformiamo queste caratteristiche in una metafora del carattere, il vino rosso strutturato può rappresentare profondità, determinazione e desiderio di intensità.
E la ricerca italiana offre un elemento interessante: nel campione studiato, maggiore stabilità emotiva era associata alla preferenza per vini tannici, persistenti e corposi. (ScienceDirect)
Non significa che tutte le donne che bevono vino rosso siano determinate.
Significa che esiste una relazione osservabile tra alcune caratteristiche della personalità e alcune caratteristiche sensoriali ricercate nel vino.
Il bianco: freschezza, acidità e curiosità
Il vino bianco viene ancora talvolta considerato un vino più semplice rispetto al rosso.
È una percezione che non regge davanti alla complessità del mondo enologico.
Un grande bianco può avere acidità, mineralità, sapidità, struttura, profumi complessi e capacità di evolvere per anni.
La freschezza può essere una delle caratteristiche più ricercate.
E proprio l’acidità emerge nello studio italiano come elemento associato all’estroversione. (ScienceDirect)
Potremmo quindi utilizzare il vino bianco come metafora di una persona che cerca precisione, freschezza, dinamismo e immediatezza.
Ma è una metafora, non una regola.
Una donna introversa può amare un Sauvignon estremamente acido.
Una donna estroversa può preferire un grande vino rosso.
Ed è proprio questa libertà a rendere il vino interessante.
Il rosé: il vino più stereotipato
Se c’è un vino che più di altri è stato trasformato in simbolo del “vino femminile”, è il rosé.
Rosa, estate, aperitivo, leggerezza.
Ma questa rappresentazione è riduttiva.
Il rosé può essere gastronomico, minerale, sapido, strutturato e complesso.
Il colore non racconta necessariamente la profondità del vino.
E nemmeno il consumatore.
Uno studio pubblicato nel 2024 sull’International Journal of Hospitality Management ha analizzato proprio l’influenza degli elementi percepiti come “femminili” nelle etichette sulle consumatrici statunitensi. Gli autori hanno condotto due esperimenti online e un test sul campo, osservando che determinati segnali femminili potevano aumentare le aspettative sensoriali e le intenzioni d’acquisto, mentre una maggiore conoscenza del vino tendeva a ridurre l’effetto di questi segnali. (ScienceDirect)
Il dato è interessante.
Più conosci il vino, meno hai bisogno che il marketing ti dica quale vino dovrebbe piacerti.
Le bollicine e il carattere sociale
Le bollicine hanno un rapporto particolare con la convivialità.
Una bottiglia di spumante, Franciacorta, Trentodoc, Alta Langa, Prosecco o Champagne viene spesso associata a una celebrazione.
Un brindisi.
Un compleanno.
Una conquista.
Un matrimonio.
Una serata speciale.
Il vino diventa così parte di un rituale sociale.
Per questo, simbolicamente, le bollicine possono rappresentare energia, socialità e desiderio di condividere un momento.
Ma anche qui bisogna distinguere simbolismo e scienza.
Non esiste una regola secondo cui chi ama le bollicine debba essere necessariamente estroverso.
Il contesto di consumo, la cultura, le abitudini e l’esperienza personale influenzano fortemente la scelta.
Il vino dolce: emozione e memoria
Passiti, vendemmie tardive e vini dolci hanno spesso subito un pregiudizio.
“È un vino semplice.”
“È un vino da dessert.”
“È un vino poco impegnativo.”
Ma la realtà enologica è molto diversa.
La dolcezza può convivere con acidità, equilibrio, struttura e complessità aromatica.
Un grande vino dolce può essere tra i vini più longevi e affascinanti di una cantina.
Dal punto di vista simbolico, può richiamare sensibilità, piacere, memoria e attenzione alla dimensione emozionale.
Ancora una volta, però, non bisogna trasformare una suggestione in una classificazione psicologica.
Il vino e l’identità femminile
Il tema diventa ancora più interessante quando dalla scelta del vino passiamo alla produzione.
Le donne non sono soltanto consumatrici.
Sono produttrici.
La ricerca CREA e Associazione Nazionale Le Donne del Vino presentata a Vinitaly 2026 ha analizzato le imprese vitivinicole a conduzione femminile e ha evidenziato una progressiva convergenza con quelle maschili per struttura, dimensione e organizzazione.
Il dato più significativo è economico: nel periodo analizzato, le aziende guidate da donne hanno registrato redditi medi superiori del 5% rispetto a quelle guidate da uomini. (CREA)
Questo dato non dimostra che le donne siano “migliori” degli uomini.
Dimostra qualcosa di più importante: la leadership femminile nel vino è economicamente rilevante e non può più essere considerata un fenomeno marginale.
La stessa OIV ha sottolineato come la presenza delle donne nel settore sia aumentata e come oggi siano sempre più presenti anche negli ambiti tecnici e decisionali. (OIV)
Quando una donna mette la propria firma sul vino
C’è poi una questione di identità.
Cosa succede quando una consumatrice scopre che il vino che sta bevendo è prodotto da una donna?
Una ricerca pubblicata nel 2026 sull’International Journal of Hospitality Management ha studiato proprio questo fenomeno.
Attraverso tre esperimenti con oltre 1.000 consumatrici statunitensi, lo studio ha analizzato come differenti forme di comunicazione della proprietà femminile di un’azienda vinicola influenzino percezioni e intenzioni comportamentali.
I risultati indicano che la comunicazione della presenza femminile può agire attraverso due meccanismi: self-congruity, cioè la percezione di somiglianza tra consumatrice e identità del prodotto, e felt empowerment, ovvero la sensazione di empowerment associata alla scelta. (ScienceDirect)
È un risultato particolarmente interessante.
Perché significa che sapere che dietro una bottiglia c’è una donna può, in determinati contesti, avere un significato che va oltre il semplice marketing.
Può diventare una storia di identificazione.
Ma attenzione al marketing “rosa”
Questo non significa che tutto ciò che viene presentato come femminile funzioni automaticamente.
Il marketing non può ridurre le donne a un unico target.
Una donna può essere esperta di vino.
Può essere sommelier.
Può essere produttrice.
Può conoscere perfettamente terroir, vitigni, denominazioni, vinificazione e affinamento.
In questi casi un’etichetta costruita esclusivamente su fiori, colore rosa e stereotipi può risultare persino superficiale.
La ricerca del 2024 sulle etichette mostra proprio che la conoscenza del vino può attenuare l’effetto positivo dei segnali di genere. (ScienceDirect)
Il messaggio è chiaro:
una consumatrice competente non ha bisogno di essere convinta attraverso uno stereotipo.
Ha bisogno di qualità.
Il vero vino delle donne
A questo punto la domanda iniziale può avere una risposta.
Qual è il vino delle donne?
È quello che una donna sceglie.
Non quello che il mercato decide che dovrebbe scegliere.
Non quello rosa.
Non quello necessariamente dolce.
Non quello con meno alcol.
Non quello “leggero”.
Non quello presentato come romantico.
Una donna può scegliere un vino potente perché ama la struttura.
Può scegliere un bianco perché ama l’acidità.
Può scegliere una bollicina perché ama la convivialità.
Può scegliere un rosé perché ama l’equilibrio.
Può scegliere un passito perché ama la complessità aromatica e la dolcezza.
Può scegliere un vino naturale, biodinamico o convenzionale.
Può scegliere semplicemente il vino che in quel momento le piace.
E allora cosa dice il vino del carattere?
La risposta più corretta è: qualcosa può dirlo, ma non tutto.
La ricerca scientifica mostra associazioni tra alcuni tratti di personalità e caratteristiche sensoriali dei vini preferiti. (ScienceDirect)
Ma una persona è molto più complessa del suo calice.
Il vino racconta una preferenza.
Una memoria.
Un’abitudine.
Una cultura.
Un momento.
Un’esperienza.
Forse anche un lato del carattere.
Ma non può definirci.
Ed è proprio questo il punto più interessante.
Il vino non dovrebbe dirci quale donna essere.
Dovrebbe lasciarci libere di scegliere chi siamo.
La vera rivoluzione del vino delle donne non è creare un vino “femminile”.
È arrivare a un momento in cui una donna possa entrare in una cantina, dirigere un’azienda, lavorare in laboratorio, potare una vigna, progettare un’etichetta, vendere una bottiglia, degustare un grande vino o semplicemente ordinarlo al ristorante senza che nessuno si chieda se quel ruolo sia “da donna”.
Perché il vino, prima ancora di essere maschile o femminile, è cultura, agricoltura, scienza, economia, territorio e identità.
E dietro ogni bottiglia, prima del genere, dovrebbe esserci una parola molto più importante:
competenza.